Ogni Foto È una Finestra
Mia madre ha frantumato i confini uno a uno, perché io potessi attraversarli come si sfoglia un album.
Ho riflettuto a lungo sul significato di confine. Da bambino, i miei confini di rado si estendevano al di là del ponte dell'autostrada che vedevo dalla finestra di mia nonna nei pomeriggi scolastici, aspettando che mia madre smettesse di lavorare. Allora il mondo mi sembrava infinito, un crogiolo di diversità e meraviglie affascinanti e spaventose. Ho un ricordo sorprendentemente nitido di una delle prime volte che sono andato a Roma con i miei. L'immensità delle verdi colline umbre che si apriva ai miei occhi dal finestrino, la prima metro mai presa, la moltitudine di persone che s'apriva intorno a me. Un mondo confuso, profondamente differente dal piccolo paesino congelato nel tempo delle colline umbre che ero abituato a vedere dalla finestra di mia nonna. Un mondo ai miei occhi statico, che appariva lo stesso da tutte le finestre che tempestavano la mia quotidianità. Un mondo calmo, felice.
Al tempo avevo cinque anni, e non ero un novizio del viaggio. Ho sempre avuto il grande privilegio di avere dei genitori che mi hanno insegnato il valore del muoversi, del non soccombere alla staticità e di farsi sorprendere dalla curiosità e dalla diversità. Ma agli occhi di un bambino di cinque anni il senso della distanza e lo scorrere del tempo perdevano di significato: tutto ciò che giaceva al di là di quel ponte era qualcosa di lontano, strano, esotico. Roma, come Tunisi.
Ricordo di essere tornato su questo pensiero qualche anno dopo, già adolescente, un giorno sullo stesso treno, tornando a Roma. Una città che aveva da tempo smesso di essere un posto esotico, lontano, e aveva lasciato spazio a un senso di familiarità. Guardando una volta ancora quel finestrino, compresi che i miei confini avevano ormai ben oltrepassato quel ponte che vedevo ogni giorno aspettando impazientemente il ritorno di mia madre. Allora iniziavo a comprendere il valore della conoscenza: quanto fosse prezioso quel sentimento di incertezza che accompagna la scoperta, e quanto fosse importante che, col tempo, esso lasciasse spazio a un senso di sicurezza.
Ben differente doveva essere il paesaggio che mia madre vedeva da bambina dalla finestra di sua nonna. Un paesaggio arido, freddo, che si apriva su un'Unione Sovietica in decadenza. A cinque anni deve aver assistito allo sfacelo di un paese costretto al lutto per la morte di un dittatore, turbata nel profondo dall'incertezza del futuro. Una finestra i cui colori si mescolavano in un'infinità di grigi, dove il sole di rado usciva dalle nuvole a mostrare la luminosità di un prisma di colori. I confini si perdono nell'immensità di un bianco manto nevoso d'inverno, e in un verde tenue e timido in quell'estate che durava troppo poco.
Roma la conobbe molto più tardi, quando i fumi nauseabondi della fabbrica di spumante in cui lavorava le si erano ormai impregnati nella pelle e nelle radici, e i risparmi messi da parte le permisero di inseguire quel sogno indistruttibile della bambina di cinque anni: evadere, lasciarsi alle spalle una realtà in bianco e nero per confini meno opprimenti. Una città conquistata a forza di sacrifici, di ore infinite stipata in un autobus sgangherato che attraversava le cicatrici di una superpotenza implosa, lasciando dietro di sé miseria, povertà e confini che parevano chiudersi su se stessi, invece di aprirsi al mondo. La portò fin lì una presunta agenzia di ricollocamento lavorativo, che prometteva aiuto per ottenere un visto turistico, trovare un impiego e stabilirsi in Italia, ma che in realtà sfruttava la disperazione di interi popoli e i sogni di libertà di una bambina di cinque anni, maturati guardando quel paesaggio in bianco e nero dalla finestra di sua nonna, per monetizzarli riducendo le persone in schiavitù.
Una città conquistata in fuga da una realtà che ha afflitto migliaia di persone: uomini e donne che, cercando un futuro migliore, si sono ritrovati schiavizzati, rinchiusi in una cella, alienati, privati dei propri documenti e delle proprie identità. Fatico a immaginare l'effetto che una città eternamente in balia dell'ingegno umano e artistico, così profondamente diversa dagli anonimi palazzi di cemento di Chișinău, possa aver avuto su una giovane donna di ventun anni, terrorizzata, in fuga, ma armata di una resilienza e di un'instancabile voglia di rendere giustizia ai propri sogni. Di certo, la vista dalla finestra di una casa abbandonata, per una clandestina a Roma, era un mondo profondamente diverso da quel centro storico che tanto ha fatto sognare me.
Il mondo, l'Europa e l'Italia del 1998 erano profondamente diversi da quelli di oggi. Mentre attraversava mezza Europa, stipata per tre giorni in un bus senza bagno insieme ad altre persone con la sua stessa resilienza, che da bambini miravano lo stesso paesaggio in bianco e nero da infinite altre finestre, mia madre viaggiava verso un paese che le offriva uno spiraglio. Proprio quell'anno veniva varata la prima legge organica sull'immigrazione, che favoriva l'ingresso regolare legandolo all'integrazione. Ma ciò che davvero la salvò non stava scritto in nessuna legge: una quantità infinita di piccoli gesti di umanità, di complicità, di compassione, che le permisero di sopravvivere, di scappare a Roma, di arrivare in quel piccolo paesino congelato nel tempo delle colline umbre, di non sentirsi sola quando mio padre biologico tornò in Moldavia e la lasciò a ventitré anni con un bambino frignone di tre mesi. Un'umanità fatta di quella vicina che mi fece il primo bagno e che da quando ho imparato a parlare chiamo Nonna; di quell'affittuario che non accettava la mensilità da una madre sola, dall'italiano ancora sgangherato; di un uomo possente, umile e gentile che, spinto da una zia intraprendente, trovò il coraggio di invitarla a cena, posando il primo mattone di una famiglia costruita sulla necessità del bisogno e sull'amore della complicità che sarebbe venuta.
Oggi, al contrario, quella stessa donna, con lo stesso autobus sgangherato e lo stesso sogno, troverebbe un muro al posto dello spiraglio, e al posto dei sorrisi impercettibili e dei grandi gesti di altruismo, un paese dilaniato da una retorica d'odio, diviso, troppo ripiegato su se stesso per aprirsi al sorriso di un altro. Nel '98 si provava a umanizzare un corpo legislativo disumano, a riconoscere la dignità di ogni essere umano. Nel 2026 quelle stesse persone, che forse non attraversano più mezza Europa su un bus sgangherato ma mezzo Mediterraneo su una barca sgangherata, vengono rinchiuse in centri per il rimpatrio: una detenzione senza reato, se non quello di aver osato varcare i confini disegnati da una finestra che, invece di affacciarsi su un manto di neve, dava su un paesaggio assai più arido. Quella fessura è stata murata un mattone alla volta, legge dopo legge, mentre la retorica si faceva più dura e il bisogno di un colpevole più affamato.
Perché un colpevole l'Italia lo ha sempre cercato. Prima fu il meridionale che saliva al Nord stipato in treno, accolto dai cartelli che la stanza non si affittava e dall'accusa di rubare il lavoro. Poi, quando quel meridionale tornò a essere semplicemente italiano, lo stesso dito e la stessa identica frase, “rubano il lavoro”, si spostarono prima al di là dei Balcani, poi oltre il Mediterraneo, addosso a madri per cui non sarà semplice integrarsi e figli che, anche dopo aver passato tutta la propria vita in Italia, aver concluso un ciclo di studi, essere cresciuti a forza di pizza al taglio alla ricreazione e pasta al ragù a pranzo, saranno sempre stranieri a casa loro.
Un paese profondamente incoerente, i cui discendenti, circa trenta milioni tra fine ottocento e inizio novecento, hanno popolato il mondo intero, in cerca di quella fortuna, di quel futuro migliore, di quell'istinto di preservazione umana. Molti partirono da clandestini e furono accolti con gli stessi slogan e gli stessi cartelli. In Francia li chiamarono invasione, e i loro bambini lavoravano nelle vetrerie d'Europa in condizioni di semischiavitù, gli “schiavi bianchi”. C'erano perfino le agenzie, decine, con migliaia di procacciatori spediti a convincere i poveri a partire con promesse che spesso erano menzogne. La stessa macchina che un secolo più tardi avrebbe cercato di ingannare mia madre. L'invasore di oggi ha il volto del nonno di chi lo teme.
Muoversi è la cosa più antica e più umana che ci sia. Molto prima che ci chiudessimo in frontiere fittizie, disegnate per proteggere i privilegi di pochi a scapito di molti, e di passaporti che con accordi unilaterali ricordano con prepotenza i precetti del colonialismo del diciannovesimo secolo, c'era un animale che camminava verso l'orizzonte perché forse, di là dalla collina, si stava meglio, ed è grazie a quel passo ostinato che siamo ancora qui. Quell'istinto, quella sete, mia madre li ha accolti, raccolti, fatti crescere, e me li ha consegnati sotto forma di una curiosità che non si sazia mai. Mi ha regalato confini facili da oltrepassare, da frantumare. Confini che a lei sono costati tanto.
Mentre scrivo queste parole, e ripenso alle avventure e alle disavventure che mia madre ha attraversato per regalarmi una finestra da cui guardare quanto sono brillanti i colori del mondo, penso al bambino che sono stato, e a quanto i miei confini siano cambiati in questi anni. Quel mondo che un tempo mi sembrava distante, esotico, magico, oggi mi appare vicino, aperto, raccolto tra le mie mani, quasi a volermi abbracciare. I miei orizzonti si sono dilatati, e le distanze hanno preso un peso nuovo. Ho avuto il privilegio di conoscere culture millenarie, di cenare con comunità indigene, di scoprire le infinite bellezze che la natura ci ha regalato. E ho scelto di documentarle: per condividere l'unicità e la diversità del mondo, per sottrarre storie, volti, sguardi alla distruzione del tempo e della memoria, per regalare una finestra sul mondo a chiunque voglia affacciarsi, a chiunque ne abbia bisogno.
È così che sono diventato un fotografo senza confini. Confini che lei ha frantumato uno a uno, perché io potessi attraversarli come si sfoglia un album. Ogni foto che scatto è una finestra che le restituisco.
